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L'articolo di p. Marco Mannino Giorgi sul presunto "imperialismo ecclesiastico romeno" del Patriarcato di Bucarest ha certamente il merito di riportare all'attenzione una questione tutt'altro che marginale: il rapporto tra fede cristiana e identità nazionale nel contesto delle Chiese ortodosse. Si tratta di una vexata quaestio che attraversa la storia dell'Ortodossia contemporanea e che, proprio per la sua complessità, richiede di essere affrontata con particolare cautela, evitando semplificazioni, schematismi e categorie interpretative applicate in modo troppo disinvolto. Per questo motivo ritengo utile proporre una lettura differente rispetto a quella offerta dall'Autore, anche alla luce del comunicato ufficiale che la Diocesi Ortodossa Romena d'Italia ha già pubblicato. [1] Lo faccio non soltanto per interesse teorico verso il tema trattato, ma anche a partire da un'esperienza concreta e diretta. Esercito infatti il ministero presbiterale come sacerdote ortodosso italiano nella Diocesi Ortodossa Romena d'Italia in una comunità italofona e conosco dall'interno la realtà ecclesiale che nell'articolo viene descritta e interpretata. Preciso fin d'ora che le considerazioni che seguono non hanno alcun carattere ufficiale e non impegnano in alcun modo le autorità ecclesiastiche della mia Diocesi. Si tratta di una riflessione personale, maturata nella mia esperienza pastorale, prima da diacono, poi da presbitero, che ho ritenuto di condividere. Non intervengo, dunque, per incarico ricevuto né per spirito di appartenenza corporativa, ma per una ragione di coscienza. La forza delle affermazioni, la debolezza delle prove L'articolo del p. Marco Mannino Giorgi si presenta come uno "studio" e una "disamina storica dell'azione del Patriarcato di Bucarest nello spazio europeo negli ultimi trent'anni". Una simile premessa induce il lettore ad attendersi un lavoro fondato su una ricerca approfondita, su un adeguato apparato documentario e su un serio confronto con la letteratura specialistica disponibile. Tali aspettative, tuttavia, risultano disattese. L'ampiezza del tema annunciato contrasta con la pressoché assenza di elementi documentari offerti a sostegno delle tesi proposte, mentre la contemporanea assenza di una bibliografia di riferimento rende difficile verificare le affermazioni avanzate e approfondire criticamente le questioni trattate. Si tratta di una lacuna non secondaria, soprattutto in presenza di conclusioni piuttosto categoriche e impegnative. Si ha così l'impressione che il linguaggio della ricerca storica venga utilizzato più come strumento di legittimazione retorica che come espressione di un reale metodo di indagine. Dietro la pretesa scientifica emerge infatti un insieme di considerazioni vaghe costruito attraverso formule ad effetto, contrapposizioni nette e categorie fortemente evocative, capaci di suscitare reazioni immediate e viscerali, ma assai meno adatte a rendere conto della complessità dei fenomeni descritti. Questa fragilità metodologica si manifesta già nelle prime pagine attraverso una serie di imprecisioni. L'Autore afferma che in Italia esisterebbero circa 500 parrocchie ortodosse dipendenti dal Patriarcato di Bucarest. Poche righe più avanti, tuttavia, il dato si riduce a 280 parrocchie organizzate in 24 decanati, oltre a 4 monasteri e 2 eremi. In realtà, è sufficiente consultare i dati pubblicamente disponibili sul sito della Diocesi Ortodossa Romena d'Italia per constatare che le comunità parrocchiali sono circa 313, organizzate in 26 decanati, con 7 monasteri e 1 eremo. L'errore, preso isolatamente, potrebbe apparire marginale. Diventa però significativo quando viene collocato all'interno di un articolo che pretende di offrire una ricostruzione storica di ampio respiro. Se i dati più elementari risultano incerti o contraddittori, il lettore è inevitabilmente portato a interrogarsi sull'affidabilità delle conclusioni più complesse che da essi vengono fatte derivare. Romania: un caso tutt'altro che unico Uno dei limiti più evidenti dell'articolo di p. Marco Mannino Giorgi consiste nel presentare la Chiesa Ortodossa Romena come un caso pressoché unico di nazionalismo religioso e di presunto "imperialismo ecclesiastico". È una lettura che appare storicamente fragile, perché finisce per isolare il caso romeno da un contesto molto più ampio, che riguarda tutte le Chiese ortodosse sorte e sviluppatesi nei Balcani e nell'Europa orientale tra XIX e XX secolo. Manca infatti una premessa storica indispensabile. La nascita degli Stati nazionali dei Balcani dopo il progressivo declino dell'Impero Ottomano fu accompagnata ovunque da un processo di costruzione dell'identità nazionale nel quale la Chiesa svolse un ruolo centrale. In Grecia, Serbia, Bulgaria, Romania e, in forme diverse, in tutti i paesi ortodossi della regione, appartenenza ecclesiale e appartenenza nazionale finirono per intrecciarsi profondamente. Tale fenomeno non nacque semplicemente da pulsioni nazionalistiche. Fu anche la risposta storica di popoli che per secoli avevano vissuto sotto dominazioni straniere, pressioni politiche, conflitti religiosi e tentativi di assimilazione culturale sia da parte islamica che della Santa Sede romana. La Chiesa divenne così uno dei principali strumenti di conservazione della lingua, della memoria storica e dell'identità collettiva in generale. Giudicare oggi questi processi esclusivamente attraverso categorie contemporanee significa perderne la profondità storica. In questo quadro, il caso romeno non presenta caratteristiche sostanzialmente differenti rispetto a quelle di molte altre Chiese ortodosse. Se si volesse applicare con coerenza il criterio adottato dall'Autore, si dovrebbe parlare di analoghe e peggiori forme di nazionalismo ecclesiale anche nel caso greco, serbo e in numerose altre realtà ortodosse (sino alla recente creazione della Chiesa Ortodossa di Ucraina da parte del Trono Ecumenico di Costantinopoli). Per questa ragione la scelta di concentrare l'accusa quasi esclusivamente sul Patriarcato di Bucarest appare quantomeno selettiva. [2] Vi è anzi un elemento che l'articolo trascura completamente. Nella storia recente dell'Ortodossia, la Chiesa Ortodossa Romena si è spesso distinta per il suo ruolo moderatore e per la ricerca di posizioni equilibrate nei momenti di maggiore tensione tra i grandi centri dell'Ortodossia contemporanea. [3] Particolarmente debole appare anche la rappresentazione della realtà moldava. L'articolo sembra infatti presupporre che l'appartenenza delle comunità alla giurisdizione del Patriarcato di Bucarest in Repubblica di Moldavia possa essere spiegata quasi esclusivamente attraverso categorie geopolitiche, come se si trattasse semplicemente di uno "scontro" tra influenza russa e influenza romena. La realtà è molto più complessa e difficilmente si lascia ridurre a simili schematizzazioni. Posso affermarlo non soltanto sulla base di studi o testimonianze indirette, ma anche per conoscenza diretta delle comunità ortodosse moldave, sia nella Repubblica di Moldavia sia nella diaspora italiana. In tali contesti emergono continuamente fattori storici, culturali, linguistici, familiari e pastorali che rendono del tutto insufficiente una lettura puramente geopolitica delle appartenenze ecclesiastiche. La stessa società moldava è il risultato di una storia particolarmente complessa. In essa, come quasi ovunque nei Balcani, convivono identità differenti, memorie storiche talvolta contrastanti e sensibilità ecclesiali diverse. Esistono fedeli che si riconoscono maggiormente nel legame con Mosca, altri che guardano a Bucarest, altri ancora che non vivono tale distinzione come l'elemento decisivo della propria appartenenza religiosa. Pretendere di interpretare questa pluralità esclusivamente come il riflesso di una competizione tra centri di potere ecclesiastico significa sovrapporre alla realtà uno schema ideologico che finisce per oscurarla. Ancora meno convincente appare l'idea che le comunità moldave dipendenti da Bucarest siano agenti di una qualche forma di sostituzione o colonizzazione culturale. La mia esperienza diretta mi porta a constatare esattamente il contrario. Nelle parrocchie e nei monasteri che ho avuto occasione di frequentare nella Repubblica di Moldavia, l'identità di ispirazione russa continua a esprimersi pienamente nelle forme della religiosità popolare, nella sensibilità liturgica, nella tradizione musicale, nell'iconografia, nell'architettura e nella vita comunitaria. L'appartenenza canonica al Patriarcato di Bucarest non ha comportato la cancellazione di tale patrimonio, né la sua sostituzione con modelli estranei alla tradizione locale. È proprio questa complessità reale che manca nell'articolo. La realtà della Chiesa Ortodossa Romena in occidente Non intendo negare l'esistenza di problematiche pastorali, linguistiche e identitarie che possono emergere nel contesto delle comunità ortodosse romene della diaspora. Sarebbe irrealistico sostenere il contrario. Ogni fenomeno migratorio porta con sé tensioni, difficoltà di integrazione e il rischio di chiusure comunitaristiche. Tuttavia, proprio per questo, stupisce il tono perentorio con cui l'Autore liquida l'esperienza della Diocesi Ortodossa Romena d'Italia, affermando che "lo spirito che nutre queste comunità non è quello dell'integrazione né della evangelizzazione (né attiva né passiva), bensì della cappellania etnica". Si tratta di un'affermazione estremamente impegnativa. Non si sostiene semplicemente che esistano, in alcune comunità, tendenze alla conservazione dell'identità etnica o difficoltà nel rapporto con la società italiana. Si afferma invece che l'intera vita ecclesiale della nostra Diocesi sarebbe animata esclusivamente da questa logica. È un giudizio estremamente generalizzante, che mostra la radicalità tipica delle visioni astratte, avulse dalla realtà. Nella Diocesi Ortodossa Romena d'Italia operano centinaia di sacerdoti che esercitano quotidianamente la cura pastorale e la ri-evangelizzazione di fedeli spesso segnati da anni di lontananza dalla pratica religiosa a causa dei regimi comunisti. Centinaia di sacerdoti che prestano servizio nelle carceri italiane, mettendosi a disposizione di tutti i detenuti ortodossi, senza distinzione di nazionalità. Centinaia di sacerdoti che accolgono nelle loro parrocchie fedeli ortodossi di varia provenienza, i quali non dispongono di altri luoghi di culto nelle vicinanze. A ciò si aggiunge una rete filantropica che mal si concilia con l'immagine di una semplice "cappellania etnica" di cui parla il padre Marco Mannino Giorgi. Sul territorio nazionale operano diaconie della filantropiche della Diocesi dedicate ai poveri e ai migranti, all'assistenza ai malati, alle famiglie bisognose e alla difesa della vita nascente, al servizio nei penitenziari; oltre all'associazione "San Lorenzo dei Romeni ETS" e a numerosi centri filantropici collegati alle parrocchie e ai territori. Vi è inoltre l'organizzazione giovanile Nepsis, attiva in tutta Europa, e il Centro di Studi Diocesano "San Dionigi il Piccolo", che promuove attività culturali e teologiche e pubblica la rivista "Theofania", con contributi in lingua italiana, romena e inglese. Particolarmente significativo è il recente progetto "Casa Santa Anastasia", destinato ad accogliere famiglie con bambini affetti da gravi patologie che necessitano di cure specialistiche in Italia. Sì, è probabile che una parte consistente dei beneficiari sarà costituita da cittadini romeni che si rivolgono al Sistema Sanitario italiano. Ma in che modo ciò costituirebbe un problema? Non si tratta forse di una nuova realtà filantropica cristiano-ortodossa sul territorio italiano? È del tutto naturale che una Diocesi nata per servire una vasta comunità immigrata mantenga rapporti privilegiati con quella stessa comunità e con le istituzioni del Paese d'origine. Ciò non le impedisce di essere una realtà ecclesiale radicata in Italia e sempre più integrata nel tessuto civile del Paese. Del resto, la Diocesi Ortodossa Romena d'Italia si avvia oggi verso un riconoscimento sempre più strutturato da parte dello Stato italiano con l'Intesa sottoscritta il 27 gennaio 2025, in corso di approvazione da parte del Parlamento. L'accusa di "cappellania etnica" appare ancor meno convincente se si considera il lavoro compiuto negli ultimi anni sul piano delle traduzioni dei testi liturgici. La Diocesi ha promosso la traduzione in lingua italiana dei principali uffici liturgici e tali testi vengono regolarmente utilizzati ogniqualvolta siano presenti fedeli italiani o non romeni. Naturalmente permane una forte componente etnica nelle parrocchie. Ma ciò rappresenta una caratteristica fisiologica di qualsiasi realtà religiosa legata a una diaspora. Le comunità ecclesiali hanno sempre svolto, nella storia delle migrazioni, una funzione di sostegno umano, culturale e spirituale per coloro che lasciavano la propria terra d'origine. Il fenomeno è reso ancora più evidente dalle dimensioni dell'immigrazione romena in Italia. Secondo i dati più recenti, al 1° gennaio 2025 i cittadini romeni residenti nel nostro Paese superavano il milione di unità. [4] Sarebbe sorprendente il contrario: che una comunità così numerosa non sentisse il bisogno di conservare almeno in parte la propria lingua e le proprie tradizioni religiose. Ma non manca la sensibilità per uno sviluppo diverso. Nel mio caso personale, ho ricevuto dal vescovo Siluan (Șpan) l'incarico di guidare in Veneto una cappella episcopale destinata a una comunità ortodossa di lingua italiana. Tale realtà è nata in risposta a esigenze concrete e finanche contrasti, emersi in seno all'Ortodossia romena. Non si tratta dunque di una costruzione ideologica, ma della risposta pastorale a una domanda reale emersa dal basso. Posso inoltre testimoniare che il vescovo Siluan (Șpan) e l'allora vescovo vicario Atanasie (Rusnac) hanno sempre sostenuto l'introduzione e la valorizzazione della lingua italiana nella vita della Diocesi. L'Ortodossia italiana del futuro può nascere solo da un primo seme "etnico". Si può certamente fare di più per sostenere, incoraggiare e accompagnare questo processo. In tal senso la Diocesi Ortodossa Romena d'Italia dispone di un potenziale straordinario, sia dal punto di vista numerico sia da quello organizzativo. Ma il lavoro è già iniziato da tempo e ridurre tutto ciò alla categoria di "cappellania etnica" significa sostituire la realtà con uno slogan così riduttivo da essere falso. Lo stesso discorso vale per l'intera Metropolia Ortodossa dell'Europa Occidentale e Meridionale, di cui la Diocesi Ortodossa Romena d'Italia fa parte. In Francia, Gran Bretagna e Irlanda esistono numerose comunità che celebrano stabilmente in francese e in inglese. In Francia, in particolare, la presenza di parrocchie francofone è una realtà consolidata da anni. [5] La stessa storia dell'Ortodossia occidentale dimostra quanto sia infondata l'immagine di una Chiesa romena incapace di integrarsi nel contesto europeo. Fu infatti proprio il Patriarcato di Bucarest a garantire la continuità canonica dell'esperienza di Ortodossia occidentale fondata da padre Eugraph Kovalevsky e sostenuta da san Giovanni Maximovitch nella Église Catholique Orthodoxe de France. Quando nel 1972 l'ECOF interruppe la comunione con la Russian Orthodox Church Outisde Russia (ROCOR), fu il Patriarcato romeno ad assicurarne la continuità canonica per oltre vent'anni, fino al 1993. Quell'eredità non è scomparsa. Essa continua ancora oggi a vivere in alcune comunità francesi della Metropolia romena che conservano l'uso del rito occidentale in particolari periodi dell'anno. L'Ortodossia romena: un'occasione per l'Occidente Risulta difficile sottrarsi all'impressione che la categoria di "imperialismo ecclesiastico romeno", posta a fondamento dell'intero articolo, finisca per deformare la realtà che pretende di descrivere. Prima di formulare giudizi tanto severi quanto quelli contenuti nell'articolo di p. Marco Mannino Giorgi, sarebbe forse opportuno distinguere con maggiore precisione tra la legittima cura pastorale di una Chiesa madre verso i propri fedeli emigrati e un progetto di espansione ecclesiastica fondato su logiche nazionalistiche o egemoniche. La mancata distinzione tra questi due piani compromette gran parte dell'analisi proposta e conduce inevitabilmente a conclusioni fuorvianti. Vi è poi un aspetto che l'articolo non sembra cogliere affatto. La diaspora romena non può essere interpretata soltanto come un fenomeno migratorio o come un problema di organizzazione ecclesiastica. Essa rappresenta anche un evento storico e spirituale che interpella profondamente la missione della Chiesa nel nostro tempo. Nel messaggio indirizzato quest'anno ai romeni all'estero in occasione della Giornata loro dedicata, il Patriarca Daniel ha ricordato che "i romeni partiti dal loro Paese per diversi motivi hanno portato con sé la fede degli antenati in tutto il mondo, hanno custodito nel cuore la Chiesa della loro terra e hanno vissuto la spiritualità e la santa fede ortodossa lontano dalla patria". In queste parole non vi è alcuna idea di conquista, alcuna volontà di dominio, alcuna strategia di espansione. Vi è piuttosto la consapevolezza che la migrazione di milioni di persone ha portato con sé anche un patrimonio spirituale e religioso che continua a vivere ben oltre i confini dello Stato nazionale. Per questa ragione il Patriarca ha ricordato che la Chiesa Madre, "prendendosi cura dei suoi figli spirituali", ha fondato numerose parrocchie ed eparchie nella diaspora per rispondere ai bisogni spirituali dei fedeli ortodossi romeni. Ancora più significativo è il modo in cui il Patriarca descrive la missione della Chiesa Ortodossa Romena nella diaspora. L'attività pastorale, liturgica, filantropica e culturale delle comunità romene all'estero, egli afferma, promuove "la famiglia, la lingua romena, la fede cristiana e la cultura romena in dialogo con i valori spirituali dei Paesi nei quali vivono i romeni". L'espressione decisiva è proprio questa: in dialogo. Non isolamento. Non contrapposizione. Non colonizzazione culturale. Ma incontro, integrazione e testimonianza cristiana ortodossa. Nella storia della Chiesa, le grandi migrazioni sono state spesso guidate dalla Provvidenza per diventare occasioni missionarie. Molte delle più importanti espansioni del cristianesimo non sono nate da strategie pianificate, ma dallo spostamento di popoli, famiglie e comunità che hanno portato con sé la propria fede in terre nuove. Nulla impedisce di pensare che anche la diaspora romena rappresenti oggi una di queste occasioni provvidenziali. Il vero problema, dunque, non è l'inesistente "imperialismo ecclesiastico romeno". Il vero problema è comprendere quale forma assumerà l'Ortodossia nell'Europa occidentale del XXI secolo. La Romania rappresenta oggi in Europa il caso più significativo di una tradizione ortodossa viva, aperta, dinamica e socialmente rilevante. E per di più si tratta di un'Ortodossia espressa in una lingua romanza. Pur con i suoi limiti, l'Ortodossia romena continua a generare vocazioni, comunità, opere filantropiche, monasteri, iniziative culturali all'avanguardia e forme di vita cristiana che in molte altre parti del continente appaiono sempre più fragili o marginali. È difficile non riconoscere in essa una delle espressioni più vigorose del cristianesimo europeo contemporaneo e uno dei pochi esempi di una tradizione cristiana realmente incarnata nella società del nostro tempo. Si potrebbe dire che l'Ortodossia romena potrebbe essere davvero l'attore principale di un rinnovamento tradizionalista del cristianesimo europeo. Da questo punto di vista, la presenza romena in Italia rappresenta non un ostacolo, ma una straordinaria opportunità storica. Mai nella storia del nostro Paese era esistita una presenza ortodossa numericamente tanto consistente, strutturata e stabile. Centinaia di migliaia di fedeli hanno ormai acquisito la cittadinanza italiana. Centinaia di migliaia di giovani sono nati e cresciuti in Italia. Nuove famiglie, nuove vocazioni, nuove comunità stanno emergendo all'interno di questo contesto. È qui che si gioca la vera sfida del futuro. Se davvero esiste oggi una responsabilità storica della Chiesa Ortodossa Romena in Italia, consiste piuttosto nell'avere il coraggio di trasformare la grazia ricevuta attraverso la diaspora in una nuova stagione missionaria, capace di generare un'Ortodossia pienamente radicata nella lingua, nella cultura e nella storia d'Italia. La Chiesa Ortodossa Romena deve avere il coraggio di compiere fino in fondo la propria vocazione storica: custodire il patrimonio ricevuto e, al tempo stesso, favorire la nascita di un'Ortodossia italiana, radicata nella tradizione canonica della Chiesa e integrata nella realtà culturale e linguistica del nostro Paese. Questo processo è iniziato. Richiede pazienza, discernimento, generosità e una visione ecclesiale capace di guardare oltre gli orizzonti delle prime generazioni di migranti. Richiede anche il contributo degli ortodossi italiani, chiamati ad assumersi le proprie responsabilità, a desiderare e chiedere gli Uffici liturgici in lingua italia, senza complessi di inferiorità e senza dipendenze psicologiche. È questa la grande opera che ci attende. È questa la responsabilità che grava sulla nostra generazione di sacerdoti, monaci e fedeli. È questa la sfida che il futuro pone davanti alla Diocesi Ortodossa Romena d'Italia: non limitarsi a custodire una diaspora, ma contribuire a edificare una Chiesa locale viva, fedele alla Tradizione ortodossa e capace di parlare al cuore del mondo contemporaneo. La vera domanda non è se la Chiesa romena voglia colonizzare l'Europa – sic! La vera domanda è se sapremo riconoscere il carattere provvidenziale di questa presenza e trasformare il patrimonio umano, spirituale e organizzativo che la diaspora romena ha portato nel nostro Paese in una nuova stagione di vita per l'Ortodossia italiana. È a questa opera che dovremmo dedicare le nostre energie. Perché, quando i dibattiti del presente saranno dimenticati, ciò che resterà sarà la Chiesa che avremo saputo costruire. Note [2] Cf. Olivier Gillet, Religion et nationalisme. L'idéologie de l'Église Orthodoxe Roumaine sous le régime communiste, Bruxelles (Université de Bruxelles) 1997; Violeta Popescu, La Chiesa Ortodossa Romena dopo la Seconda Guerra Mondiale. Figure dell'Ortodossia romena nell'Occidente, Milano (Rediviva) 2018; Ioan Aurel Pop, L'identità romena. Le modalità dell'essere romeno nel tempo, Milano (Rediviva) 2019. [3] Olivier Clément, La Chiesa ortodossa, Brescia (Queriniana) 2005. [5] Jean-Michel Lemonnier, Une géographie de l'Orthodoxie roumaine en France. Un réseau d'acteurs producteurs d'espaces socio-religieux, tesi di dottorato sostenuta all'Università di Angers il 28 marzo 2022; disponibile al link: https://theses.hal.science/tel-03924026 |